
In una domenica mattina piovosa e fresca di luglio mi è arrivato tra le mani un articolo di Fabio Lalli, pubblicato su StartupItalia, dal titolo “2100, quando i bambini non fanno ‘ooh’. La generazione dei nativi risolti che non si fanno domande (tanto hanno già tutte le risposte)”. Un titolo che ha acceso in me una serie di riflessioni — proprio quelle che, secondo l’autore, i bambini del futuro smetteranno di farsi.
Nel suo immaginare il mondo del 2100, Lalli delinea uno scenario in cui i più piccoli, definiti “nativi risolti”, crescono in un contesto in cui ogni risposta è anticipata, generata e ottimizzata dall’intelligenza artificiale. Bambini allenati non a farsi domande, ma a ricevere soluzioni. Non a ragionare, ma a delegare il pensiero. In questo mondo “votato” all’efficienza, i “perché?” scompaiono, insieme all’attesa e alla ricerca.
E allora, mi sono chiesta: se l’IA risponde a tutto, a cosa serve imparare? A cosa serve fare formazione?
Mi è tornato in mente un episodio recente. Un amico, in un corso universitario ha assegnato a un gruppo di studenti un caso studio. I ragazzi, invece di analizzarlo e confrontarsi tra loro, hanno semplicemente “dato in pasto” la consegna a un’intelligenza artificiale generativa, ottenendo una risposta in pochi secondi. Una risposta priva di qualsiasi pensiero critico, senza elaborare e senza fantasticare sulle risposte, insomma senza la curiosità di capire.
Questo approccio rivela una debolezza profonda: se la formazione viene ridotta al “copia e incolla la risposta della IA”, allora perde la sua funzione primaria, non trasferire contenuti, ma sviluppare pensiero critico, attitudine al porsi domande, al confronto, alla negoziazione e al riflettere con il “proprio cervello”.
E mi chiedo ancora: che senso aveva, quando ero bambina, imparare a memoria le poesie di Carducci o Rodari? La risposta che mi do è semplice: era un allenamento alla concentrazione, alla memoria interna, quella che oggi abbiamo quasi del tutto delegato ai dispositivi digitali. Un tempo ricordavamo i numeri di telefono, ora li cerchiamo sullo smartphone; studiavamo il percorso di un viaggio sulle mappe, oggi senza navigatore ci perdiamo!
Memorizzare una poesia era — ed è ancora — un modo per interiorizzare immagini, esercitare l’attenzione, sviluppare strategie di visualizzazione del testo e “ingegnarsi”.
Tuttavia, non è importante ricordare tutto a memoria ma è fondamentale sapere di cosa si sta parlando. Comprendere, collegare, ragionare. Oggi il punto non è “quanto so”, ma “che cosa ci faccio con ciò che so”. Le conoscenze sono accessibili in pochi secondi, ma conoscere non è pensare: il pensiero nasce proprio quando non si conoscono le cose, si basa sul saper scegliere, confrontarsi e mettersi in discussione.
In questo contesto, il valore vero della formazione sta nella capacità di discernere: riconoscere fonti attendibili, analizzare criticamente, confrontare prospettive diverse. È questa la differenza tra un essere umano pensante e IA.
La domanda non è chiedersi se la formazione serva ancora, ma quale formazione possa avere senso in questo nuovo mondo.
Prendiamo ad esempio la formazione aziendale, sempre più frequentemente i moduli formativi si basano su casi e problemi reali dell’impresa e i partecipanti sono chiamati a raccogliere informazioni, ricercare e sviluppare possibilità, formulare domande e non solo risposte. L’IA può essere uno strumento ma non sostituisce la capacità dell’uomo di pensare e valutare.
Il futuro della formazione non è una gara a chi sa di più, ma a chi sa porre la domanda giusta. Formare, oggi, significa insegnare a osservare, a riflettere, a riconoscere un problema prima ancora di cercare la soluzione. Significa resistere alla tentazione di sostituire il pensiero con l’efficienza. Significa educare all’essere curiosi, al dubbio, come base dell’apprendimento continuo.
Così oggi, come nel 2100, la domanda è “perché”. Il “perché” del viaggio e non solo della meta. Come affermava Einstein, «La cosa importante è non smettere mai di interrogarsi… non perdere mai una sacra curiosità». La formazione, oggi più che mai, è uno dei modi più validi per “onorare” questo spirito e per continuare a coltivare quella meraviglia che ci rende umani.